Femminicidio, omicidio, infanticidio: cosa significano davvero i termini al centro della polemica di Vannacci

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Dopo le parole di Roberto Vannacci sul femminicidio, il dibattito si è acceso. Ma stiamo parlando dello stesso concetto oppure stiamo confondendo termini giuridici, sociali e linguistici?

Negli ultimi giorni una frase di Roberto Vannacci ha acceso una discussione enorme: il femminicidio è un omicidio oppure no?

Bastano poche parole e subito si formano due schieramenti.

Da una parte c’è chi dice: “È evidente, un omicidio è un omicidio e tutte le vite hanno lo stesso valore”.

Dall’altra chi risponde: “Dire così significa non capire il fenomeno”.

Ma forse, prima ancora di scegliere da che parte stare, vale la pena fermarsi un momento e chiedersi una cosa molto semplice.

Stiamo davvero parlando della stessa cosa?

Perché una parte della polemica potrebbe nascere proprio da qui.

Partiamo dall’inizio.

La parola omicidio è il termine più generale che abbiamo.

Vuol dire che una persona provoca la morte di un’altra persona.

Questo è il concetto di base.

Poi però nella lingua, nel diritto, nella cronaca e negli studi sociali usiamo spesso parole più precise per descrivere il tipo di situazione, il rapporto tra le persone coinvolte o il contesto.

Lo facciamo continuamente, spesso senza nemmeno accorgercene.

Per esempio:

  • Infanticidio → quando la vittima è un neonato o un bambino molto piccolo.
  • Parricidio → quando viene ucciso un genitore o un ascendente.
  • Fratricidio → quando viene ucciso un fratello o una sorella.
  • Figlicidio → quando viene ucciso il proprio figlio.
  • Uxoricidio → uccisione della moglie.
  • Mariticidio → uccisione del marito.
  • Femminicidio → termine usato per indicare l’uccisione di una donna in un contesto legato alla violenza di genere, al controllo, al possesso o al rifiuto della sua autonomia.

Se ci pensiamo, quando sentiamo la parola “infanticidio” nessuno conclude che la vita di un bambino valga più di quella di un adulto.

Quando sentiamo “parricidio” nessuno pensa che il genitore abbia più valore di altre persone.

Intuiamo subito che quella parola non sta dando un valore diverso alla vittima.

Sta cercando di descrivere una situazione particolare.

Ed è qui che il dibattito sul femminicidio si accende.

Perché in realtà si incontrano due idee che molti vivono come opposte.

La prima dice:

davanti alla legge tutte le vite hanno lo stesso valore e il reato resta omicidio.

La seconda dice:

capire il contesto e il motivo di alcuni delitti può aiutare a comprenderli e magari anche a prevenirli.

Forse il problema nasce quando una frase viene interpretata automaticamente come negazione dell’altra.

Dire che, dal punto di vista giuridico, si tratta sempre di omicidio non significa necessariamente negare che possano esistere fenomeni ricorrenti.

Allo stesso modo, usare il termine femminicidio non significa automaticamente dire che una vittima conti più di un’altra.

Eppure oggi il dibattito pubblico sembra sempre più funzionare allo stesso modo.

Si prende una parola.

Ci si schiera.

Si sceglie una squadra.

E spesso si smette di ascoltare.

Così due persone possono discutere per ore credendo di essere in disaccordo, quando in realtà stanno parlando di livelli diversi dello stesso problema.

Uno parla di diritto.

L’altro parla di cause.

Uno parla di uguaglianza.

L’altro di prevenzione.

Forse il punto non è decidere quale parola debba vincere.

Forse il punto è ricordarsi che capire il significato delle parole è il primo passo per capire anche il problema di cui stiamo parlando.

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